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Planet or plastic: una mostra ci indica la via per uscire dal mare di rifiuti di plastica!

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La prima volta che mi son scontrata con un pezzo di plastica in mare, mi son sentita “afferrare” la caviglia. Rimasi stupita, inveii contro l’inciviltà di alcune (troppe) persone e riposi nel mio costume quel brandello di sacchetto che poi portai a riva per gettarlo nel secchio della spazzatura. Allora non potevo immaginare che quello che era capitato a me non era un evento eccezionale e che i pericoli maggiori erano ricollegabili a minuscoli pezzetti di plastica in molti casi addirittura invisibili. Purtroppo, ogni secondo che io trascorro qui a scrivere e voi a leggere, gli oceani e i mari continuano ad essere invasi da una quantità di rifiuti maggiore di quella che potrebbe essere recuperata. La situazione continua a peggiorare, ma, forse, affinché le persone comprendano la gravità di questo fenomeno e si impegnino in prima persona per affrontarlo, è necessario che tutti, ma proprio tutti, ne abbiano consapevolezza. Come fare? Un buon modo per aprire gli occhi è visitare la mostra Planet or Plastic che si terrà a Bologna fino al 22 settembre 2019. Il titolo, molto forte, è un richiamo alla responsabilità che, partendo dal singolo, coinvolge tutta l’umanità e che presuppone una solida presa di posizione e una forte conoscenza dei problemi legati alla sostenibilità ambientale e alla doverosa sfida nella ricerca di un equilibrio nell’utilizzo delle risorse del Pianeta.

 

Plastica: ritornare all’uso e non all’abuso

La plastica ha rivoluzionato il mondo e, senza di essa, la nostra vita sarebbe radicalmente diversa: io non potrei scrivere questo articolo sul PC (e voi non potreste leggerlo sui vostri device), molti oggetti costerebbero di più e, dal punto di vista igienico, avremmo meno garanzie (pensiamo ai prodotti monouso nel settore sanitario). Purtroppo, però, da un uso sano della risorsa siamo passati ad un abuso patologico.

Come ricordano gli organizzatori di Planet or Plastic, solo una minima parte della plastica prodotta viene riciclata mentre gran parte viene dispersa nell’ambiente:

dal giorno della sua invenzione sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica e ben 6,3 miliardi di tonnellate si sono trasformate in rifiuti dispersi nell’ambiente anche per più di 400 anni.

La plastica che finisce in mare, poi, mette in pericolo la vita degli animali marini, si accumula in grandi isole galleggianti e, con il tempo, si degrada in pezzi sempre più piccoli – c.d. microplastiche- che, ingeriti da pesci, cetacei e uccelli, entrano nel ciclo alimentare diventando un pericolo anche per la razza umana.

Cambiare strada per andare lontano

Se avere una busta di plastica attaccata alle caviglie ci fa vivere una esperienza sgradevole immaginate cosa possono provare gli animali che se la ritrovano nello stomaco. È chiaro che qualcosa deve cambiare.

La mia non è stata solo una visita ad una interessantissima mostra. Ho avuto, infatti, l’opportunità di parlare con Marco Cattaneo, Direttore di National Geographic Italia sull’impatto della mostra, e di approfondire i temi sul futuro delle materie plastiche (in Italia e non solo) con chi, ogni giorno, lavora con lo sguardo rivolto al futuro: gli esperti di Basf Italia. Non capita tutti i giorni, infatti, di confrontarsi con chi è parte attiva del mondo della plastica e comprendere se sia possibile produrne meno, magari più durevole, sempre più riciclabile e, in alcuni casi, sostituibile con biopolimeri compostabili. Insomma, cosa manca affinché la plastica rientri, in larga scala e a livello mondiale, all’interno di un sistema di economia circolare.

Per poter essere un materiale “circolare”, secondo me, dovrebbe essere prodotta con nessuna (o quasi) materia prima vergine. Come si fa?

Il mio dilemma presto potrebbe trovare una risposta: gli esperti della Basf mi hanno spiegato che è in corso uno studio su tecnologie innovative che promuovono il recupero e il riciclo della plastica. Il progetto si chiama ChemCycling ed è stato avviato recentemente nel quartier generale di BASF a Ludwigshafen, in Germania. A che punto è? Direi buono perché sono già stati sviluppati i primi prodotti pilota basati su rifiuti in plastica riciclati chimicamente. ChemCycling, come suggerisce già il nome, è un riciclo chimico che consentirebbe di riutilizzare in modo innovativo i rifiuti in plastica che, come la plastica mista o sporca, attualmente non sono riciclabili.

Sebbene l’utilizzo finale della plastica oggi non riciclabile cambi da Paese a Paese, solitamente questo materiale finisce in discarica o bruciato per la produzione di energia. Ciò che ChemCycling vuol fare è impiegare questo tipo di plastiche per produrre gas di sintesi, olii e materie prime seconde utilizzabili per sostituire, in parte, le risorse fossili.

Per attuare il cambiamento necessario a preservare la sopravvivenza del mondo è importate che le grandi aziende facciano la loro parte ed è ancora meglio che si uniscano fra di loro. Nel mio viaggio bolognese ho anche scoperto l’impegno dell’Alliance to End Plastic Waste, un’alleanza internazionale, senza scopo di lucro, che riunisce 30 aziende per promuovere soluzioni che riducano o almeno eliminino i rifiuti plastici nell’ambiente, in particolar modo quelli presenti negli oceani.

Tanti buoni motivi per visitare la mostra

Cos’è Planet or Plastic?

Un’ esposizione su 8 grandi temi: dalla quantità di plastica prodotta nel mondo all’impatto sull’ambiente e sulla catena alimentare, dal riuso all’educazione individuale e collettiva.

L’esposizione – curata da Marco Cattaneo, Direttore di National Geographic Italia e dalla redazione con la collaborazione della scrittrice e documentarista Alessandra Viola – alterna fotografie dei grandi reporter del National Geographic – che forse avrete già visto ma che tutte assieme e in formato gigante fanno davvero riflettere – all’originale lavoro artistico di Mandy Barker che, da anni, indaga insieme a scienziati e ricercatori sugli effetti devastanti della plastica. Straordinarie e sconvolgenti sono le immagini del suo progetto fotografico “Soup” (ovverosia zuppa) che riesce a provocare una forte reazione negli spettatori di qualsiasi età, tra l’attrazione estetica e l’inquietante consapevolezza dei danni provocati dalla plastica dispersa negli oceani.

Per proseguire la riflessione e mantenere alta l’attenzione, la visita finisce con il documentario di National Geographic “Punto di non ritorno” del regista premio Oscar Fisher Stevens e dell’attore premio Oscar e Messaggero della Pace per conto dell’ONU Leonardo Di Caprio: un affascinante resoconto sui drammatici mutamenti che si verificano oggi in tutto il mondo a causa dei cambiamenti climatici.

 

Articolo scritto in collaborazione con Basf #Branded

 

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