
“A fuoco. Il mondo brucia. È ora di disobbedire” di Gianluca Grimalda [Recensione]
Ci sono libri che intrattengono, altri che informano. E poi ci sono libri che scuotono le fondamenta delle nostre certezze, costringendoci a guardarci allo specchio e a interrogarci sul nostro posto nel mondo e sono talmente ricca di storie e dati da richiedere il giusto tempo di lettura e riflessione. “A fuoco. Il mondo brucia. È ora di disobbedire“, edito da Feltrinelli, appartiene senza dubbio a quest’ultima categoria. L’autore, Gianluca Grimalda, ricercatore in scienze sociali e attivista climatico, non si è limitato a scrivere un saggio sulla crisi ecologica. Ha intrecciato la sua stessa vita alla narrazione, trasformando un’esperienza personale radicale in un potente manifesto universale. Il risultato è un’opera stratificata, densa e avvincente: un diario di viaggio, un’analisi scientifica rigorosa e, soprattutto, un’ispiratrice chiamata alla disobbedienza civile. La sua prosa è accessibile e coinvolgente, capace di rendere comprensibili temi complessi e di trasformare una vicenda personale in una parabola universale.
La scintilla della coerenza: un licenziamento che diventa simbolo
Probabilmente di Gianluca avrete sentito parlare sui social o dai giornali ma se così non fosse, permettetemi di raccontarvi l’inizio della sua storia.
Tutto ha avuto inizio da un atto di coerenza tanto (apparentemente) semplice quanto dirompente. Grimalda è diventato il primo lavoratore dipendente nella storia a essere licenziato per essersi rifiutato di prendere un aereo. Non un capriccio, ma una scelta ponderata e radicata in una consapevolezza decennale orientata a ridurre le proprie emissioni di CO2.
E badate bene. Gianluca non era in Italia o in qualche angolo d’Europa o del Mediterraneo. Si trovava sull’isola di Bougainville, nelle Isole Salomone (ora probabilmente voi saprete esattamente dove sono mai io non avevo un’idea precisa, per questo inserisco la mappa presa da Wikipedia), per le sue ricerche sul campo, quando il suo datore di lavoro, un prestigioso istituto di ricerca tedesco, gli ha imposto un rientro immediato, possibile solo per via aerea. Il suo rifiuto non è stato un semplice “no”, ma l’affermazione di un principio: l’impossibilità di scindere l’etica professionale da quella personale, la dissonanza intollerabile tra il predicare la sostenibilità e il praticare l’insostenibilità per convenienza lavorativa. Questo evento, che costituisce il cuore pulsante del libro, eleva la vicenda di Grimalda da caso individuale a simbolo potente. Ci costringe a interrogarci sulla natura del lavoro, sulla responsabilità delle istituzioni (anche e forse soprattutto quelle scientifiche) e sul coraggio necessario per allineare le nostre azioni ai nostri valori, anche quando il prezzo da pagare è altissimo. Il libro esplora con lucidità e onestà il significato profondo di questo gesto, inquadrandolo nel contesto più ampio della disobbedienza civile come strumento indispensabile per il cambiamento sociale.
Il viaggio lento come metodo di conoscenza e atto politico
Invece di arrendersi o di scegliere la via più comoda, Grimalda è riuscito a trasformare l’ostacolo in un’opportunità. Intraprende un viaggio di ritorno “lento” di ben 28.000 chilometri (42 mila se calcoliamo anche il viaggio di andata), da Bougainville fino in Germania. Un’odissea moderna percorsa in 72 giorni utilizzando navi, treni, pullman, camion e taxi, per un totale di 650 ore di spostamento effettivo (che diventano 1000 con l’andata e altrettante ore in attesa di muoversi).
Un viaggio che non è stato solo uno spostamento fisico a basso impatto ambientale. Abbandonare la velocità asettica e alienante dei voli aerei ha permesso a Grimalda di “mettere a fuoco” – come suggerisce il titolo – le realtà che solitamente sorvoliamo fisicamente e mentalmente. Il viaggio lento diventa così un atto politico, un modo per riappropriarsi dello spazio e del tempo, per osservare le sfumature del paesaggio e, soprattutto, per entrare in contatto autentico con le persone che lo abitano. Il libro è un resoconto vivido di questa traversata, che ci fa passare dalle isole del Pacifico minacciate dall’innalzamento dei mari alle periferie del mondo, offrendo al lettore una prospettiva unica e immersiva sulla reale geografia del nostro pianeta.
Le voci dalla periferia globale: il clima sulla pelle degli ultimi
Il merito forse più grande di “A fuoco” è quello di spostare la narrazione della crisi climatica dai grafici astratti e dalle statistiche allarmanti alla carne viva dell’esperienza umana. Il viaggio di Grimalda non è un’avventura solitaria, ma un pellegrinaggio all’ascolto. Dando voce agli abitanti della “periferia globale“, il libro diventa un potente documentario sulle conseguenze già tangibili del cambiamento climatico. Ascoltiamo le storie di chi ha già perso la casa, la terra, i mezzi di sussistenza. Percepiamo le loro paure per un futuro incerto, ma anche la loro incredibile resilienza, le loro speranze e le ingegnose forme di adattamento che mettono in campo quotidianamente. Grimalda, con la sua sensibilità di ricercatore sociale, non si pone come un osservatore distaccato, ma come un testimone empatico che raccoglie e amplifica queste voci, spesso inascoltate dai centri di potere globali. Il libro diventa così un atto di giustizia narrativa, che ci ricorda come la crisi climatica sia, prima di tutto, una crisi di disuguaglianza, le cui conseguenze più devastanti ricadono su chi ha meno responsabilità nel averla causata.
Dissonanza cognitiva e responsabilità: uno specchio per il lettore
“A fuoco” non è un libro comodo perché ci sbatte in faccia la più grande ipocrisia del nostro tempo: la dissonanza che attraversa le nostre vite, quel divario paralizzante tra “sapere ciò che andrebbe fatto, ma non farlo“. Grimalda usa la sua storia per costringerci a esaminare le nostre stesse contraddizioni. Con onestà intellettuale, il libro non offre soluzioni facili o ricette preconfezionate, ma solleva domande fondamentali.
Fino a che punto le nostre piccole scelte quotidiane possono incidere su un problema sistemico? E quando arriva il momento di passare dall’azione individuale alla disobbedienza collettiva per pretendere un cambiamento strutturale?
L’autore ci sfida così a superare l’alibi dell’impotenza e a riconoscere il potere che abbiamo, sia come consumatori sia come cittadini. Ma non per sottolineare i nostri limiti, bensì per infondere coraggio, dimostrando che la coerenza è ancora un valore possibile e che la disobbedienza (oggi sempre più criminalizzata in un mondo che va al contrario), quando è giusta, non è solo un diritto, ma un dovere quanto meno morale. Un’opera che ci lascia con una consapevolezza bruciante e un’urgenza non più rimandabile: il mondo è a fuoco, ed è davvero ora di agire. È un invito a prendere una posizione, a scegliere da che parte stare nella lotta per superare la nostra “dipendenza tossica dai combustibili fossili”.
Scopri di più da Letizia Palmisano Giornalista ambientale, ecoblogger 2.0
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