
Disarmo Climatico: quando guerra e crisi climatica sono facce della stessa medaglia
C’è un libro, uscito da poche settimane, che mi ha fatto perdere qualche ora di sonno. Scritto da Francesco Vignarca per Edizioni Ambiente, si intitola “Disarmo Climatico“ e il sottotitolo dice già tutto: Perché non c’è pace senza giustizia climatica e non c’è clima vivibile senza disarmo. Ne ho sentito parlare a Il Giusto Clima su Radio Popolare e già 2 giorni dopo lo stavo leggendo. Lo consiglio senza riserve e, nelle prossime righe, vi spiego perché.
La guerra non finisce quando tacciono le armi: il costo ambientale invisibile
Parto da uno tra i tanti punti su cui si sofferma il saggio: gli effetti ambientali di un conflitto durano anni e, a volte, si ripercuotono su generazioni. Le città ridotte in macerie, i terreni contaminati, le falde idriche avvelenate, le risorse depredate: tutto questo raramente entra nel bilancio ufficiale di una guerra, non viene contato tra le vittime e non viene considerato nel costo complessivo.
Gli esempi che il libro riporta sono di quelli che non si dimenticano, ma che spesso non vengono ricordati altrove. A Gaza, per rimuovere le sole macerie prodotte da quello che Vignarca definisce senza giri di parole un ecocidio oltre che un genocidio, ci vorrebbero sette anni. Per il ripristino ambientale dell’Ucraina dopo quattro anni di conflitto, le stime parlano di quarantacinque anni. In Ucraina la distruzione della diga di Kakhovka ha riversato un lago intero su un territorio nel giro di poche ore. Agli attacchi alle infrastrutture petrolifere in Iran nel marzo 2026 è seguita una pioggia acida su un milione di abitanti. Non stiamo parlando di ambiente come concetto astratto, ma di luoghi nei quali le persone vivono, respirano, coltivano e si nutrono.
Il circolo vizioso che lega degrado ambientale e conflitti
Vignarca costruisce nel libro un’analisi a doppia direzione. Da un lato, il clima influenza i conflitti, acuisce la perdita dei mezzi di sussistenza, causa migrazioni forzate e vede gruppi armati usare acqua e terra come strumento di potere. Dall’altro, i conflitti influenzano negativamente il clima e contribuiscono ad aumentare le emissioni, a distruggere di ecosistemi, a contaminare terre e falde acquifere e la sola produzione di armamenti è fonte di inquinamento già ancora prima che le armi vengano usate.
Non è poi una coincidenza geografica che i luoghi meno in pace della Terra siano anche quelli più esposti alla crisi ecologica: è un circolo vizioso che comincia prima che esploda il primo colpo e prosegue molto dopo l’ultimo.
Gli eserciti sono tra i maggiori inquinatori del mondo, ma nessuno lo dice
Questa è la parte del libro che dovrebbe diventare argomento di discussione obbligatoria in ogni sede politica europea: gli eserciti di tutto il mondo, solo considerando la loro gestione operativa e senza contare la produzione di armi, sono responsabili del 5,5% delle emissioni di gas climalteranti globali. Se fossero uno stato, sarebbero il quarto paese più inquinante del pianeta, dopo Cina, Stati Uniti e India. Eppure non hanno nessun obbligo di trasparenza né di rendicontazione climatica perchè sono esentati dagli accordi internazionali. Ciò comporta che è possibile aumentare la spesa militare senza dichiararne il costo in termini di emissioni.
Nel frattempo, mentre la spesa militare mondiale negli ultimi venticinque anni è raddoppiata, il mondo non è diventato più sicuro: aumentano i conflitti, le distruzioni e le vittime civili. Alla COP di Baku si è detto che, per mitigare gli impatti della crisi climatica entro il 2035, servono 300 miliardi di dollari, un importo pari al 10% della spesa militare di un solo anno.
Militarizzare il clima è la risposta sbagliata alla domanda giusta
Una delle tesi più lucide del libro riguarda quello che Vignarca chiama la militarizzazione delle risposte alla crisi climatica. Quando la crisi climatica produce migranti, sfollati, popolazioni che non possono più abitare dove hanno sempre vissuto, la risposta più frequente è quella securitaria: più confini, più muri, più militari a tenere fuori chi è stato colpito da una crisi che non ha causato.
Tuttavia questa risposta non funziona e il paragone che usa Vignarca è di quelli che dovremmo usare quando incrociamo dei negazionisti o guerrafondai: come una guerra nucleare non si ferma ai confini di chi l’ha scatenata — secondo gli studi una piccola guerra nucleare tra India e Pakistan porterebbe ad una carestia che, nei cinque anni successivi, ucciderebbe due miliardi e mezzo di persone nel mondo intero — allo stesso modo la crisi climatica non si può tenere fuori con un filo spinato. Militarizzare la risposta alle sue conseguenze, oltre ad essere ingiusto nei confronti di chi le subisce senza averne responsabilità, aumenta le emissioni e alimenta ulteriormente il problema.
I numeri che nessuno vuole mettere in fila
Vignarca è preciso anche con i numeri e ha il coraggio di metterli in fila in modo che assolvano il loro dovere: disturbare. In Italia muoiono circa 40.000 persone all’anno per inquinamento atmosferico. Quest’estate in Europa ci sono stati 35.000 morti in eccesso per il caldo. Per essere classificato come “guerra” nelle statistiche internazionali, un conflitto armato deve causare almeno mille morti in un anno. Quarantamila morti per inquinamento non vengono considerati un problema di sicurezza, non scatenano risposte politiche d’urgenza e non portano a nessuna mobilitazione paragonabile a quella che giustifica l’invio di armi.
Dal punto di vista economico, la matematica è altrettanto impietosa. A parità di spesa, sanità, scuola ed energie rinnovabili creano da due a quattro volte più posti di lavoro delle armi. Il moltiplicatore della spesa per la difesa è appena sotto l’uno: in alcuni casi non si recupera neanche quanto investito. Non lo dicono solo le organizzazioni pacifiste: lo hanno scritto il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Eco-pacifismo non è una parola di moda, è una necessità
Vignarca non si ferma qui e il suo libro spiega cosa bisognerebbe fare. L’autore parla infatti di un eco-pacifismo che non è una pennellata di color verde sulle politiche di pace, né una sterile retorica pacifista mentre si discute di ambiente. Si tratta di riconoscere che i due problemi sono connessi in modo strutturale e che non si risolve l’uno senza affrontare l’altro. Le proposte concrete che chiude il libro — trasparenza obbligatoria sulle emissioni militari, taglio delle spese militari per investire su clima e giustizia sociale, riconversione dell’industria militare, responsabilità reale per i danni ambientali di guerra — non sono utopia. Sono gli stessi scenari che Alex Langer prefigurava decenni fa e che oggi diventano urgenti in un modo che allora forse non si riusciva a immaginare del tutto.
Disarmo Climatico è un libro che mette insieme i pezzi di un puzzle che tendiamo a guardare separati: la crisi climatica da un lato, le guerre dall’altro, l’economia da un terzo lato ancora. Letti insieme, raccontano una storia coerente che dimostra che chi ha interesse a tenere il mondo armato e dipendente dai fossili sono gli stessi soggetti, con le stesse logiche di sfruttamento e le stesse giustificazioni ideologiche.
Scheda libro
Titolo: Disarmo Climatico. Perché non c’è pace senza giustizia climatica e non c’è clima vivibile senza disarmo
Autore: Francesco Vignarca
Casa editrice: Edizioni Ambiente
Data di pubblicazione: 18 settembre 2026
Pagine: 172
Formato: Copertina flessibile, 13,8 x 20,6 cm
ISBN-13: 978-8866274384
ISBN-10: 8866274380
Scopri di più da Letizia Palmisano Giornalista ambientale, ecoblogger 2.0
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