Cookie Policy Per questo mi chiamo Giovanni: il volume sulla mafia più letto in Italia che consiglio a grandi e giovanissimi | Recensione

Per questo mi chiamo Giovanni: il volume sulla mafia più letto in Italia che consiglio a grandi e giovanissimi

Oggi vi parlo di “Per questo mi chiamo Giovanni”, libro scritto da Luigi Garlando edito per la prima volta nel 2004, oggi pubblicato da Rizzoli in una nuova edizione contenente una intervista a Maria Falcone, la sorella di Giovanni. Scritto per essere letto (anche) dai ragazzi, è il volume sulla mafia più letto in Italia. La mia recensione, oggi, è in concomitanza di una data non casuale.

Come parlare di mafia a un bambino

Se devo spiegare a mio figlio Bruno qualche aspetto legato ai cambiamenti climatici, all’abuso del consumo di risorse del Pianeta, riesco a farlo con quella semplicità che nasce da 20 anni di esperienza e dall’essere nata ecologista. Nel tempo mi sono accorta di esser riuscita a spiegargli – sin da quando era piccolissimo – di diritti civili, di disuguaglianze in Italia e nel mondo e anche della mia visione personale sulle religioni. E la mafia? Prima di due settimane fa, quando ho preso in mano il libro, mi sono accorta di non avergliene mai parlato, probabilmente perché non avevo mai (prima d’ora) trovato chi mi prestasse le parole giuste.

In questi giorni ricorrono 30 anni dalla strage (23 maggio 1992) che uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la scorta. Io allora avevo quasi 12 anni e per me Falcone e Borsellino, erano dei supereroi. Allora pensavo che erano talmente importanti per tutti noi che lo Stato avrebbe sempre trovato il modo di proteggerli.

Ricordo la mia incredulità alla morte di Falcone convinta allo stesso tempo che nessuno avrebbe mai permesso che ciò potesse nuovamente accadere. Che fosse la lezione più grande che avrebbe reso possibile capire come salvare gli altri, a partire da Borsellino. Quando nel luglio del 1992 la mafia arrivò anche a lui, mi sentii un grandissimo freddo addosso. Ho vivida l’immagine: eravamo nel giardino del palazzo dove vivono i miei genitori, gli adulti ne parlavano e io chiedevo: “e ora cosa accadrà?“.

Tutto questo mi è tornato alla mente leggendo “Per questo mi chiamo Giovanni” (ed. Rizzoli) che a trenta anni dalle stragi e a quasi venti dalla prima edizione mi ha riportata indietro anche nella mia storia personale, facendomi interrogare su come e quanto si sia (o meno) fatto in tre decadi ma soprattutto ricordandomi che non avrei potuto né dovuto rimandare oltre con mio figlio (che di anni quest’anno ne compirà nove) per iniziare a spiegargli i mostri nascosti della nostra società e di quanto si possano contrastare anche con piccole grandi scelte quotidiane.

Di cosa parla  “Per questo mi chiamo Giovanni” 

Un padre racconta al figlio di Giovanni Falcone, perché intuisce che nella classe del figlio Giovanni c’è qualcosa che non va e è convinto che probabilmente parlando al figlio di Giovanni Falcone, il figlio potrà trovare la soluzione del problema.

Giovanni vive a Palermo, va alle elementari e la sua vita scolastica è infatti segnata da un bullo. Per il suo decimo compleanno, il papà decide di regalargli un giorno speciale, da trascorrere insieme. La finalità non è però saltare un giorno di scuola ma il raccontargli come mai sia stato scelto quel nome “Giovanni”. 

Andando in giro per Palermo, da Mondello al Centro e a Capaci, il padre inizia a raccontare la storia di Giovanni Falcone: del ragazzino che proteggeva i compagni, del ragazzo studente determinato e il magistrato. Così il bambino di dieci anni inizia a scoprire che nella sua amata città vive un mostro, la mafia che ha fatto talmente abituare molti alla sua presenza, da non essere (spesso) vissuta nemmeno come una ingiustizia. Così è per molti ma non per tutti. Vi sono persone come Giovanni che decidono di rendere visibile l’invisibile: il mostro. Tutto ciò però non lo fa da solo ma riuscendo ad avere con sé coraggiosi magistrati, procuratori, esponenti delle forze dell’ordine. 

Grazie alla vittoria del maxiprocesso dell’86, il pool antimafia riuscì a a mettere in ginocchio Cosa Nostra. Purtroppo però la vendetta della mafia arrivò nel ’92 con l’attentato di Capaci.

A seguito della morte di Falcone, il papà del libro decide di chiamare il figlio Giovanni, nato proprio il 23 maggio 1992. Quel giorno segnò anche un’altra svolta nella sua vita: il papà – titolare di un negozio di giocattoli – decide di non pagare più il pizzo e la mafia si vendica mettendo una bomba nel suo negozio… a testimoniarlo dopo tanti anni lo scimpanzé Bum…

Non voglio però raccontarvi tutto perché è un libro da leggere per ricordare e riflettere.

“Uomini senza onore, avete perduto. Avete commesso l’errore più grande perché, tappando cinque bocche, ne avete aperte 50 milioni”

Tanti sono i passaggi del libro che vorrei riportare, parto con quello che riprendere le parole di Rosaria, la vedova di Vito Schifani, che in una lettera ai mafiosi scrisse:

“Avete perduto, uomini senza onore. State perdendo pure i vostri figli che guardano le vostre mani sporche di sangue. Il disprezzo vi sommergerà. Forse siete in tempo per non farvi odiare dai vostri figli stessi. Io vi perdono ma inginocchiatevi.

Dico a voi, mafiosi, (…) per uccidere Giovanni Falcone, avete commesso l’errore più grande, perché tappando cinque bocche, ne avete aperte cinquanta milioni, come hanno scritto i bambini, i compagni di scuola dei vostri figli”.

Quel che allora la dodicenne che ero non sapeva è stato proprio questo, è come se le anime dei tanti “supereoi” ammazzati dalla mafia si siano frammentate in migliaia di pezzi che sono entrati nel cuore di milioni di persone. 

Gli uomini passano, le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini” insegnava Falcone. 

“Per questo mi chiamo Giovanni”, oggi, insegna e deve insegnare ancora. Ora che l’ho letto, lo rileggerò con mio figlio ricordandogli le parole del papà di Giovanni (il bimbo protagonista del libro).

“Anche da piccoli si può combattere contro il mostro. Abituarsi alle prepotenze, scambiarle per leggi giuste, è già un modo di perdere la guerra”

Letizia Palmisano Giornalista Ambientale

La sostenibilità non è solamente nel saper fare, ma anche nel far sapere. Letizia Ecoblogger e giornalista ambientale