
“E se fosse la musica a salvarci?” La recensione del saggio di Dario Giardi che unisce ecologia e note
Viviamo nel secolo della cecità di fronte a crisi ambientali e sociali. Smuovere le persone dall’indifferenza è ciò che può fare la differenza. Non basta però la sola ragione, serve anche passione e sentimento. Cervello e cuore. In questa ricerca degli strumenti giusti da mettere nella cassetta degli attrezzi, vi era una domanda però che non mi ero ancora fatta: E se fosse la musica a salvarci? Il quesito è lo stesso posto nell’omonimo libro recentemente uscito per Mimesis. L’autore, Dario Giardi, non è una figura convenzionale. Ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente con un dottorato in geopolitica dell’energia e una ventennale esperienza in sostenibilità, è anche un musicista diplomato al prestigioso Berklee College of Music di Boston.
Questa duplice anima, quella dello scienziato e quella dell’artista, si fonde in un’opera che scava in profondità nella nostra relazione con il pianeta, proponendo una via d’uscita tanto inedita quanto ancestrale: l’ascolto.
Il libro porta il lettore in un viaggio che intreccia filosofia, ecologia, neuroscienze e musicologia per risvegliare una coscienza ambientale che parta dai sensi, prima ancora che dalle norme.
La sua tesi non è un’utopia romantica, ma una proposta fondata su studi e riflessioni profonde. L’autore ci ricorda che ogni suono in natura è un indicatore dello stato di salute del pianeta, così come del nostro equilibrio interiore. La musica, quindi, non è solo arte o intrattenimento, ma un ponte verso una comprensione più profonda e intima del mondo che abitiamo e che stiamo mettendo in pericolo.
Il rumore che ci assorda e il silenzio che abbiamo perduto
Scrivo questo paragrafo a pochi giorni dall’inizio ufficiale dell’estate. Le notti sono calde e trovo refrigerio lasciando le finestre aperte per avere un po’ di scontro d’aria serale. La brezza è quella giusta. Non i suoni che per tutta la notte mi svegliano. Le urla di chi non si rende conto che sono le 3 di notte, le sirene (che vanno davvero spiegate a tutto volume quando le strade sono vuote?), la moto con (immagino) la marmitta truccata… E per questo sento ancora più mie le considerazioni che vi sto per riportare.
Il punto di partenza dell’analisi di Giardi è un’amara constatazione sulla nostra società contemporanea. “Viviamo in una società che ha progressivamente smarrito la capacità di ascoltare“, scrive l’autore. Il nostro ambiente acustico è stato colonizzato da un bombardamento sonoro incessante e artificiale: il traffico delle metropoli, il trillo costante delle notifiche, le playlist musicali generate da algoritmi che trasformano la musica in un sottofondo omologato.
L’inquinamento acustico non dovrebbe essere percepito come normalità
Questo non è solo inquinamento acustico, ma il sintomo di una frattura profonda tra l’essere umano e la natura. Mentre le nostre orecchie si abituano a questo frastuono, dimenticano altri suoni, sempre più rari e preziosi: il fruscio delle foglie nel vento, il canto di una specie di uccelli che scompare, il mormorio di un ruscello. Perdendo questi suoni, sostiene Giardi, non perdiamo solo un piacevole sottofondo, ma un pezzo fondamentale della nostra connessione con la Terra, un legame biologico e culturale che ci ha definiti per millenni. L’ascolto, un tempo atto sacro per le civiltà antiche, è oggi un’esperienza frammentata, un’interferenza da ignorare.
L’ecologia acustica e la mappa sonora dei ricordi: il “Memoryscape”
Come possiamo, quindi, ricostruire questo legame spezzato? Giardi non offre soluzioni tecnologiche o formule magiche, ma un percorso di riscoperta interiore attraverso quella che definisce “ecologia acustica”. Il concetto chiave che introduce è tanto poetico quanto potente (spoiler, preparatevi a imparare una marea di concetti “nuovi” e davvero calzanti): il “memoryscape“. Si tratta di una vera e propria “mappa affettiva dei suoni che ci hanno formato”, la memoria sonora, sia personale che collettiva, di un luogo, di una comunità, di un’intera vita.
Pensiamoci: il rintocco di una campana che scandiva le giornate nel paese dei nonni, il frinire dei grilli nelle sere d’estate, la melodia di una vecchia canzone. Questi non sono semplici ricordi, ma ancore emotive che definiscono la nostra identità e il nostro senso di appartenenza a un luogo. Il saggio ci invita a recuperare questo patrimonio acustico perduto, a chiudere gli occhi per riaprire le orecchie e il cuore. Riscoprire il nostro “memoryscape” significa riappropriarci di una sensibilità che può trasformarsi nel primo passo verso un cambiamento non imposto, ma radicalmente sentito.
Dalla consapevolezza all’azione: essere “greener”
Il messaggio finale del libro è un potente invito all’azione, ma un’azione che nasce dalla consapevolezza. Ricominciare ad ascoltare il mondo è il primo, fondamentale passo. “Riconoscere i suoni del mondo non è solo un atto di ecologia, ma un atto di umanità”, afferma Giardi. È un gesto che ci permette di “tornare a sentire” e, di conseguenza, di agire non per obbligo, ma per un rinnovato senso di connessione e cura. Ci ricorda che la salvezza del pianeta non è un’astrazione, ma una necessità che, letteralmente, “risuona nelle nostre vite”.
Scheda del libro
- Autore: Dario Giardi
- Titolo: E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica
- Casa Editrice: Mimesis Edizioni
- Collana: Eterotopie
- Anno di pubblicazione: 2025
- Pagine: 158
- Genere: Saggistica (Ecologia, Musicologia, Filosofia)
Scopri di più da Letizia Palmisano Giornalista ambientale, ecoblogger 2.0
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